Eluana e l’eutanasia L’ultima parola della Cassazione

Con la sentenza n. 27145 del 13 novembre 2008, le Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione hanno respinto, ritenendolo inammissibile,  il ricorso del Procuratore Generale presso la Corte D’Appello di Milano avverso il decreto 9 luglio 2088 con il quale la Corte D’Appello di Milano aveva stabilito che, alla luce della “logica orizzontale compositiva della ragionevolezza”, nel caso di stato vegetativo permanente e, quindi, irreversibile, è possibile disporre l’interruzione del trattamento di sostegno vitale artificiale, laddove emerga l’inconciliabilità della propria concezione sulla dignità della vita con la perdita totale ed irrecuperabile delle proprie facoltà motorie e psichiche e con la sopravvivenza solo biologica del corpo in uno stato di assoluta soggezione all’altrui volere.

Il provvedimento della Cassazione, ineccepibile dal punto di vista del diritto, poiché la Cassazione non entra nel merito delle questioni, ma si limita a giudicare della correttezza dei ragionamenti giuridici applicati dai Giudici nelle proprie decisioni, riapre una polemica mai sopita sulla fine naturale della vita e sull’eutanasia: per meglio capire la soluzione data dai Giudici a questo delicato problema,  vale la pena di riproporre un articolo già apparso su queste pagine qualche settimana fa.

Un’avvertenza e un auspicio: quanto sostenuto dalla Corte D’Appello di Milano è quanto di più avanzato possa esistere oggi in Italia in questa delicata materia ma, come gli stessi Giudici di Milano hanno tenuto a sottolineare, questo non toglie che il Parlamento possa venire meno al proprio dovere di legiferare su un argomento che, ormai, visti i progressi della scienza e della medicina, nessuno stato moderno può fingere di ignorare.

Al di là delle convinzioni religiose di ognuno che, in questa sede, dedicata unicamente al diritto, non vengono messe in discussione.

      

La vicenda ebbe inizio il 18 gennaio 1992, quando Eluana Englaro, allora ventunenne, rimase coinvolta in un incidente stradale a seguito del quale le fu diagnosticato un gravissimo trauma cranio-encefalico con lesione di alcuni tessuti cerebrali corticali e subcorticali, da cui derivò prima una condizione di coma profondo, e poi, in progresso di tempo, un persistente stato vegetativo con tetraparesi spastica e perdita di ogni facoltà psichica superiore, quindi di ogni funzione percettiva e cognitiva e della capacità di avere contatti con l’ambiente esterno.

Dopo circa quattro anni dall’incidente, essendo stata accertata la mancanza di qualunque modificazione del suo stato, Eluana Englaro fu dichiarata interdetta per assoluta incapacità dal Tribunale di Lecco e il padre fu nominato tutore.

Dopo altri tre anni circa prese avvio una lunga vicenda giudiziaria snodatasi in tre principali procedimenti consecutivi, nei quali il padre-tutore, deducendo l’impossibilità per Eluana di riprendere coscienza, nonché l’inguaribilità/irreversibilità della sua patologia e l’inconciliabilità di tale stato e del trattamento di sostegno forzato che le consentiva artificialmente di sopravvivere (alimentazione/idratazione con sondino naso-gastrico) con le sue precedenti convinzioni sulla vita e sulla dignità individuale e, più in generale, con la sua personalità, ha ripetutamente chiesto, nell’interesse e in vece della rappresentata, l’emanazione di un provvedimento che disponesse l’interruzione della terapia di sostegno vitale.

Secondola Corte D’Appello, il giudice può autorizzare la disattivazione di tale presidio sanitario unicamente in presenza dei seguenti presupposti: a) quando la condizione di stato vegetativo sia, in base ad un rigoroso apprezzamento clinico, irreversibile e non vi sia alcun fondamento medico, secondo gli standard scientifici riconosciuti a livello internazionale, che lasci supporre la benché minima possibilità di un qualche, sia pure flebile, recupero della coscienza e di ritorno ad una percezione del mondo esterno; b) sempre che tale istanza sia realmente espressiva, in base ad elementi di prova chiari, univoci e convincenti, della voce del paziente medesimo, tratta dalle sue precedenti dichiarazioni ovvero dalla sua personalità, dal suo stile di vita e dai suoi convincimenti, corrispondendo al suo modo di concepire, prima di cadere in stato di incoscienza, l’idea stessa di dignità della persona.

Ove l’uno o l’altro presupposto non sussista, il giudice deve negare l’autorizzazione, dovendo allora essere data incondizionata prevalenza al diritto alla vita, indipendentemente dal grado di salute, di autonomia e di capacità di intendere e di volere del soggetto interessato e dalla percezione, che altri possano avere, della qualità della vita stessa.

Nel caso di specie, il problema non risiede nella legittimità o meno dell’interruzione del trattamento terapeutico vitale, bensì nel soggetto protagonista della vicenda, cioè una persona umana la cui volontà è ricostruita mediante il ricorso alle cosiddette direttive anticipate di trattamento terapeutico o, meglio per il caso in esame, le cosiddette scelte ora per allora di tipo implicito.

L’eutanasia passiva è un principio espressamente riconosciuto dalla legge; infatti l’ordinamento vigente già riconosce al soggetto capace il diritto di rifiutare la cura, pur laddove ciò conduca alla morte: gli articoli 13 e 32 della Costituzione (e gli articoli 1 Legge 180/78 e 33 Legge 833/78) rendono lecito il comportamento del medico il quale, prendendo atto di questa volontà, interrompa le terapie, sempre che si versi nella non frequente ipotesi in cui un soggetto allo stadio terminale sia in grado di esprimere un consenso valido.

La Cassazione ha affermato che la libertà di cura può significare ripudio delle cure per lasciarsi morire, ma non anche libertà di compiere atti positivi per morire, non spiegandosi altrimenti la possibilità di trattamento sanitario obbligatorio in presenza di gravi tendenze suicide. La sentenza prende posizione anche in ordine alla rilevanza penale del suicidio. Il confine tra lecito ed illecito è da ravvisare nella tipologia di condotta posta in essere: è lecito il contegno omissivo espressivo della libertà di cura; è illecita la condotta attiva diretta al suicidio o quella attiva da altri posta in modo commissivo.

Permane il nodo degli incapaci di intendere e di volere per i quali, da più parti, si propone l’introduzione del cosiddetto testamento biologico, avente ad oggetto direttive anticipate di trattamento terapeutico.

In realtà, il vero quesito, oggetto di interpretazione da parte degli stessi costituzionalisti, è se il valore presidiato dalla Costituzione sia la vita in sé o, piuttosto, la dignità dell’esistenza, intesa come condizione umana non degradante ma capace di consentire alla persona di vivere senza una sofferenza insopportabile, idonea a tradursi in vera e propria condanna, tortura.

Il tutto diventa assolutamente problematico quando il soggetto della cui vita si discute sia un incapace. Eluana non poteva più comunicare con l’esterno ela Corte D’Appello ricostruisce la sua volontà sulla base della sua storia personale ed arriva a dire che oggi ella avrebbe scelto di morire: aveva scelto allora per ora; un diritto supremo, come quello all’autodeterminazione, non può essere precluso sol perché il soggetto diventa incapace ed, allora, è giusto ricostruire la sua volontà per bocca di coloro i quali hanno convissuto con lui.

Certo è che i dubbi permangono. Osserva il giurista Giuseppe Buffone: se la dignità della vita si valuta giorno dopo giorno, momento dopo momento, come si può reagire dinnanzi alla scelta “presunta” di un incapace? Come pur si è detto, nessuno è mai stato in coma irreversibile prima di trovarvisi. Atti irripetibili che tolgono la voce a chi li vive. Eluana, fuori dal coma, avrebbe desiderato lasciarsi morire se mai vi si fosse trovata. Ma una volta trovatavisi, sarebbe stata della stessa opinione?

Nessuna risposta può mai essere giusta poiché nessuna verità può dirsi qui assoluta.

Restano scelte da fare; decisioni, come osserva la stessa CorteD’Appello, a cui non possono “sottrarsi i decidenti, per quanto non senza partecipata personale sofferenza”.

 14 novembre 2008