I figli col cognome della madre?

In Parlamento si discute da anni sulla possibilità di attribuire al figlio il nome della madre, da solo o in aggiunta a quello del padre: l’argomento è di attualità, perché, in seguito all’approvazione, del Trattato di Lisbona (13 dicembre 2007), gli stati membri hanno il dovere di uniformarsi ai principi fondamentali della Carta dei diritti Ue, tra i quali il divieto di ogni discriminazione fondata sul sesso.

Già nel 2006la Corte Costituzionalesi era appellata al Parlamento perché modificasse la legislazione attualmente vigente, in modo da consentire ai genitori di decidere, di comune accordo, il cognome da trasmettere ai figli (quello del padre, quello della madre o quello di entrambi).

Ora, con una ordinanza del 22 settembre 2008, la Corte di Cassazione si è pronunciata nuovamente a favore dell’attribuzione del cognome materno ai figli legittimi nel caso in cui i genitori, concordemente, abbiano questo desiderio, rilevando come la consuetudine, fino ad oggi prevalsa, di attribuire al figlio il cognome del padre sia retaggio di una concezione patriarcale della famiglia non più in sintonia con l’evoluzione della società e le fonti di diritto soprannazionali e come i costumi sociali siano cambiati, al punto che appare sempre più necessaria una modifica che tenga conto dell’uguaglianza uomo–donna.

Sulla base di tali considerazioni, la prima sezione della Corte di Cassazione ha ritenuto opportuno trasmettere gli atti al Primo Presidente ai fini della eventuale rimessione alle Sezioni Unite della stessa corte “per valutare se, alla luce della mutata situazione della giurisprudenza costituzionale e del probabile mutamento delle norme comunitarie, possa essere adottata un'interpretazione della norma di sistema costituzionalmente orientata ovvero, qualora tale soluzione sia ritenuta esorbitante dai limiti dell'attività interpretativa, la questione possa essere rimessa nuovamente alla corte costituzionale”: in altre, più semplici, parole, la prima sezione della Corte di Cassazione ha espresso il dubbio che, con il mutamento della normativa internazionale,la Corte Costituzionale possa superare quell’impossibilità di interpretare la norma senza sfociare nella legiferazione (compito che non le appartiene, in quanto spettante solo al Parlamento), che, nel 2006, le aveva impedito di decidere per la dichiarazione di incostituzionalità della norma che prevede l’attribuzione del cognome del solo padre e che le aveva consentito la sola “calda raccomandazione” al Parlamento di intervenire con sollecitudine.

Dunque, anche se è ancora lunga, forse è stata imboccata la strada giusta.

E’ triste però constatare ancora una volta l’incapacità del Parlamento a legiferare su materie “normali”, anche in campi che, tutto sommato, possono essere considerati semplici.

13 ottobre 2008