I jeans come una cintura di castità?

Una recente sentenza della Cassazione (10 giugno-21 luglio 2008, n. 30403) ha aperto una nuova via interpretativa alla vecchia questione sulla possibilità della violenza sessuale nel caso che la donna indossi i jeans.

Il caso di cui alla sentenza che stiamo commentando era stato giudicato per la prima volta nel 2005 dal G.i.p. di Padova, il quale aveva condannato un uomo per avere più volte compiuto con violenza atti di libidine nei confronti di una giovane ragazza entrando con le mani sotto i suoi pantaloni. La sentenza era stata confermata dalla Corte D’Appello. Avverso tale sentenza l’uomo si era rivolto alla corte suprema, deducendo, fra l’altro, che era impossibile infilare la mano sotto i pantaloni della ragazza, dal momento che costei indossava dei jeans ed era seduta.

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso e ha confermato la sentenza di condanna, argomentando, in particolare, che il fatto che la ragazza indossasse pantaloni del tipo jeans non era ostativo al toccamento interno delle parti intime, essendo possibile farlo penetrando con la mano dentro l'indumento e non essendo questo paragonabile a una specie di cintura di castità.

Questa sentenza prende le distanze dalla discussa sentenza n. 1636 del 1999, quando uno stupratore fu assolto perché la vittima indossava i jeans: anche se il caso esaminato nella sentenza del 1999 era ben diverso da quello della sentenza del 2008 (là si trattava di uno stupro e qua, invece, di semplici toccamenti), i giudici all’epoca rilevarono che “i jeans non possono essere sfilati nemmeno in parte se chi li indossa non dà una fattiva collaborazione”, aggiungendo che è impossibile togliere i jeans a una donna che si oppone “con tutte le sue forze”, dato questo considerato di “comune esperienza”.

La sentenza suscitò indignazione nel mondo politico e giudiziario e la stessa Cassazione prese subito le distanze da quel verdetto con tutti gli accorgimenti tecnici per far sì che esso rimanesse un caso isolato. L’orientamento fu parzialmente corretto nel novembre dello stesso anno con una sentenza (n. 13070/1999) in cui si precisava che la testimonianza di una donna che asserisce di aver subito uno stupro “non può essere messa in dubbio perché lei indossava i pantaloni e per esserseli sfilati”.

Resta comunque il fatto che questi processi interminabili, seguiti da sentenze spesso contraddittorie, mortificano la dignità delle donne che subiscono introspezioni psicologiche come se fossero compartecipi e che, spesso, equivalgono ad un secondo stupro.

 

8 settembre 2008