L’addebito nella separazione dei coniugi

I rapporti patrimoniali fra i coniugi che non si siano separati consensualmente (cioè che siano ricorsi alla cosiddetta separazione giudiziale) sono regolati diversamente a seconda che la separazione sia pronunciata con o senza la dichiarazione “di addebito”.

In linea generale, la regola prevede che, se il coniuge separato non ha adeguati redditi propri, deve essere salvaguardato il tenore di vita di cui già godeva durante lo stato di coabitazione, ma pur sempre entro i limiti consentiti dai redditi dell'altro coniuge, oltre che dalle circostanze. All'obbligo di mantenimento il coniuge è tenuto per ragioni che sono completamente indipendenti dalla sua eventuale responsabilità nel fallimento della vita in comune.

Tuttavia, il diritto al mantenimento si perde se è dichiarato l'addebito. Ma, attenti bene: il solo fatto che al coniuge non sia stata addebitata la separazione non comporta, in assenza di un'imputazione di responsabilità all'altro, un esonero dall'obbligazione di mantenimento.

La dichiarazione di addebito della separazione riduce il diritto del coniuge che non abbia i mezzi economici necessari per vivere (e dunque si trovi in uno stato di bisogno), oppure che non sia in grado di trovare un lavoro adeguato in relazione alle condizioni di salute, all'età, alle attitudini e alla posizione sociale: nel caso di addebito, infatti, egli ha diritto soltanto agli alimenti legali. Il diritto agli alimenti è più limitato del mantenimento e consiste nella corresponsione di ciò che è strettamente necessario per vivere, ossia in un assegno periodico diretto a soddisfare le più elementari e primarie necessità di esistenza. La finalità è quella di rendere meno pesante l'onere posto a carico del coniuge che sia vittima del fallimento coniugale provocato dall'altro.

Le conseguenze negative della separazione con addebito si manifestano in maniera esemplare nella perdita dei diritti del coniuge alla successione, sia legittima che necessaria: ossia di tutti i diritti che sono automaticamente connessi per legge allo stato di coniuge.

Anche l'assegno alimentare, già posto a carico del coniuge deceduto o di cui sia stata dichiarata la morte presunta, si estingue. Si è voluto evitare, tuttavia, che il coniuge sopravvissuto venisse a perdere improvvisamente qualsiasi mezzo di sostentamento: ne è derivata la previsione legale di un assegno vitalizio, che grava in misura proporzionale sugli eredi, sui donatari e sui legatari.

Né si trascuri di tener presente che la tutela del coniuge separato bisognoso, quale che sia la sua responsabilità coniugale, fornisce anche un criterio interpretativo della disciplina sull'assistenza previdenziale: nel caso del divorzio la pensione di riversibilità e altre indennità (fra le quali quella imposta in caso di morte ai datori di lavoro) sono versate al coniuge divorziato al quale spetti il diritto all'assegno in base all'art. 5 della Legge n. 898/1970; c on particolare riguardo alla pensione di reversibilità non si vede la ragione di trattare in maniera deteriore il coniuge separato con addebito.

3 novembre 2008